Il rifiuto del M.A.E. “allo stato degli atti”: la Cassazione tra l’incudine della cooperazione ed il martello dei diritti umani

(di Filippo Ottonelli)

Con sentenza dell’8 novembre 2023 (n. 45291/2023, Sesta Sezione Penale), la Suprema Corte ha statuito che l’eventuale rifiuto della consegna, pronunciato dal Giudice nazionale per mancanza di informazioni sufficienti ad escludere il pericolo per il consegnando di subire nello Stato richiedente trattamenti inumani e degradanti, va inteso “allo stato degli atti”, dovendo il Giudice stesso, contestualmente alla pronuncia del rigetto della consegna, i) fissare un termine allo Stato richiedente, affinché trasmetta le informazioni necessarie ad escludere il pericolo invocato, e ii) coinvolgere Eurojust, al fine di sollecitare l’adempimento della invocata richiesta di informazioni.

Il rifiuto della consegna pronunciato dal Giudice nazionale potrà, dunque, considerarsi lecito e definitivo solo allorché lo Stato richiedente non abbia fatto pervenire le informazioni richieste entro il termine assegnato dal Giudice stesso, e nonostante il coinvolgimento di Eurojust.

La vicenda processuale

La vicenda scaturisce dalla richiesta di esecuzione di un mandato d’arresto europeo, emesso dall’Autorità Giudiziaria greca nei confronti di un cittadino albanese, indagato per il delitto di rapina.

Per ben due volte la Corte d’Appello di Genova aveva dato esecuzione al MAE, ritenendo sussistenti tutti i presupposti per la consegna del cittadino albanese. Entrambe le decisioni erano state annullate con rinvio dalla Suprema Corte, sulla base del rilievo che le informazioni, a disposizione della Corte genovese, non fossero sufficienti ad escludere il pericolo, per l’indagato, di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti nelle carceri elleniche – in ragione delle loro condizioni di sovraffollamento -, con conseguente violazione dell’articolo 3 della CEDU.

A seguito del secondo annullamento in cassazione, la Corte d’Appello aveva deciso di rigettare la richiesta di esecuzione del MAE, permanendo la mancanza delle informazioni richieste alle autorità elleniche.

Stavolta era stata la Procura Generale a ricorrere per cassazione, eccependo che la corte territoriale ligure aveva rigettato la richiesta di esecuzione del MAE senza esercitare, come invece avrebbe dovuto, tutte le facoltà in suo possesso per ottenere dalle Autorità greche le informazioni necessarie a fugare ogni dubbio sul rischio invocato.

Il ragionamento della Corte

Nel dirimere la questione sottopostole, la Corte ha preso le mosse dall’interpretazione – offerta dalla Corte di Giustizia Europea – del principio “del reciproco affidamento e della piena collaborazione tra gli Stati dell’Unione”, in ragione del quale le decisioni dei giudici nazionali non possono impedire la consegna a un altro Stato membro, per il sol fatto che quest’ultimo ritardi la trasmissione delle informazioni necessarie alla decisione sulla consegna stessa.

Pertanto, qualora le informazioni trasmesse dallo Stato emittente il MAE non siano sufficienti ad escludere il rischio di trattamenti inumani e degradanti, il Giudice nazionale dovrà rifiutare la consegna, ma il rifiuto dovrà intendersi pronunciato allo stato degli atti.

Ciò implica che il Giudice nazionale dovrà:

a) fissare un termine ultimo, ragionevole ed adatto al caso concreto, entro cui l’Autorità Giudiziaria dello Stato richiedente trasmetta le informazioni richieste per decidere sull’esecuzione;

b) rivolgersi contestualmente a Eurojust, per sollecitare lo Stato emittente ad adempiere alla richiesta di informazioni proveniente dallo Stato di esecuzione.

Sulla scorta di tali principi, dunque, la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Genova per la puntuale applicazione di tali principi di diritto.

Prospettive

La pronuncia in commento rappresenta un indubbio consolidamento del principio del reciproco affidamento tra Stati dell’Unione, indispensabile baluardo della cooperazione giudiziaria in materia penale.

Resta da capire quanto ampia sia la strada aperta al rischio che il Giudice Nazionale conceda termini eccessivamente “generosi” allo Stato emittente; e quanto tale generosità sia compatibile con il diritto di ogni cittadino a vedere esaminata la propria causa in tempi ragionevoli (art. 6 CEDU) ed a circolare liberamente all’interno degli Stati membri (art. 2 prot. 4 CEDU).