Alcuni pensieri sul mestiere da avvocato

Quello dell’avvocato è un mestiere duro. Fare l’avvocato significa lavorare diverse ore al giorno. Farlo oggi vuol dire faticare spesso invano, con mezzi economici e gratificazioni professionali tutt’altro che scontati. Fare l’avvocato comporta dei rischi. Quello di compromettersi e di assuefarsi al male, ma anche quello di non “sporcarsi le mani”: di non mettersi, cioè, abbastanza vicino a un imputato o a una vittima (a un loro gesto, a una loro sofferenza) da riuscire a capirli ed a difenderli veramente. L’“avvocato modello” è quello che viene fuori dalle norme del Codice deontologico forense, la cui lettura può essere edificante per chiunque si accinga a scegliere un avvocato. Ed è una lettura che ci sentiamo di consigliare a tutti. Ma qual è invece il “modello di avvocato”, il “tipo” umano che si cela dietro il professionista? A nostro parere, nessuno lo ha dipinto meglio del maestro Piero Calamendrei, giurista emerito e grande avvocato, che nei suoi aforismi ha sublimemente restituito alla realtà una figura quasi mitologica. Dalla relazione con il cliente alle arringhe in giudizio, dal rapporto con il denaro al culto della personalità: così doveva essere, per Calamendrei, un vero avvocato:
Che vuol dire «grande avvocato»? Vuol dire avvocato utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni. Utile è quell’avvocato che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l’udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la sua prolissità e non li mette in sospetto con la sua sottigliezza: proprio il contrario, dunque, di quello che certo pubblico intende per «grande avvocato»
(P.C.)
Inutile la chiarezza, se il giudice, vinto dalla prolissità, si addormenta. Più accetta la brevità, anche se oscura: quando un avvocato parla poco, il giudice, anche se non capisce quello che dice, capisce che ha ragione
(P.C.)
L’avvocato che si lagna di non essere capito dal giudice, biasima non il giudice, ma sé stesso. Il giudice non ha il dovere di capire: è l’avvocato che ha il dovere di farsi capire
(P.C.)
L’avvocato che nel difendere una causa entra in aperta polemica col giudice, commette la stessa imperdonabile imprudenza dell’esaminando che durante la prova si prende a parole coll’esaminatore
(P.C.)
Bisognerebbe che ogni avvocato, per due mesi all’anno, facesse il giudice; e che ogni giudice, per due mesi all’anno, facesse l’avvocato. Imparerebbero così a comprendersi e a compatirsi e reciprocamente si stimerebbero di più
(P.C.)
L’avvocato, il quale fino dal primo colloquio garantisce al cliente l’esito vittorioso della causa, può darsi che sia un abile mestierante, ma non certo un grande scienziato. Somiglia piuttosto al giocoliere che garantisce di saper indovinare la carta che uscirà dal mazzo; qui la scienza non c’entra: è solo destrezza di mano
(P.C.)